domenica 9 ottobre 2011

Am(ar)en

Credo dovrebbero abolire la morte per le persone buone. Che la bontà non è relativa. Non c'è mai fine al peggio, ma penso che in fondo la fine sia la morte per chi resta ancora in vita. In un sorriso fotografico vedo lacrime di un presente troppo piovoso. Non bisogna mai sottovalutare quanto alcune persone ci riempino la vita. Loro non dovrebbero mai lasciarci. Muoiono pezzi di noi come lego buttati dal terzo piano della tua casa. Si spaccano e niente colla. Una spazzatura fatta di chissà cosa c'è dopo. Che fine faranno i profumi, i gesti, le risate? Non abiteranno più con noi, forse. Seppur con la consapevolezza che chi non c'è più ci vorrebbe vedere sempre felici, sempre sereni. Che magari si sta meglio di prima, solo che non possiamo saperlo. Sono cinque parole che a me hanno sempre fatto piangere di bene, di male, di amore, di malinconia, di fortuna. Malediciamo la cattiveria di chi ci strappa le cose a noi più care. Benedico cordoni ombelicali ancora intatti. Accarezzo guance calde e profumate e mi rendo conto che non è così normale come sembra. Il sempre non esiste, e il dopo dovremmo cancellarlo dalle nostre azioni. Amen, questa volta, non possiamo dirlo.

lunedì 3 ottobre 2011

Uni(di)versi

Arriviamo a farci del male gratuitamente quando siamo lontani e in letti diversi. Letti troppo grandi. Che puzzano di non-noi. Ma poi mi prometti di respirare insieme, e se nel caso non fossimo capaci, almeno moriremo insieme. Sono contenta. Hai la barba che mi accarezza il collo e mi sorridi. Non mi fai male. Non ora. Non moriamo. Non ora. Dita incrociate in macchina quando ci innamoriamo sempre per la prima volta. Fà che non sia l'ultima. Non mi allontanare. Una volta Matilde ha buttato il prozac nella sua bocca sperando di portare un pò di felicità. Invece tutti avevano paura e non capiva mai com'è che si distrugge il tempo. Anni dopo ha smesso con il prozac nella speranza che qualcuno dall'altra parte del mondo stesse bene come lei. Matilde era una donna. Matilde era una bambina. Matilde è ora la ragazza più bella del mondo, e ha in mente di farsi un tatuaggio sulle vene per soffrire di piacere. Ma Matilde non sa che qualcuno dall'altra parte del mondo continua a pensarla ogni mattina prima di far colazione, quando ha ancora gli occhi posati sul comodino. E piange. Senza occhi, che fa molto meno male. Matilde ha passato la sua adolescenza a tentare di spiegarsi perchè esistano le paure. Le patologie. Le pillole. Nessuno le ha mai risposto e quando ha deciso che innamorarsi sarebbe stata una cosa bellissima, incombe in un'altra patologia. Dalle patologie non si esce vivi. Molto meglio uscire dagli anni ottanta. C'è chi si è laureato grazie ad una patologia, ma non è felice e sente sempre la mancanza di qualcuno. Matilde a diciannove anni capisce che sono tutti malati e allora inizia ad odiare perchè si ammalerà anche lei. Ma sa di ammalarsi quando gli altri guariranno. E nessuno l'aiuterà. Io la vedo Matilde da sola, nemmeno io l'aiuterò. Matilde corre sotto la pioggia come quando aveva diciassette anni e non parlava più perchè Berlino era troppo lontana e le sue mani troppo deturpate. Ma Matilde ora ha ventidue anni ed è ancora bellissima come solo la tardoadolescenzialità rende le persone. Si, ci siamo innamorati per la prima volta e sono ancora diciotto mesi che non ti amo come sempre.