martedì 31 marzo 2009

Première Fois


Pressapoco mi sento dentro questa foto di Saudek.

Ho deciso di non decidere. Conservo una ciocca dei miei capelli. Per vedere te. Per vedere me. Per vederci insieme.
Ho paura. Ma non chiedo a nessuno la salvezza.



Resto a giocare sulla sabbia costruendo castelli. Da sola. Nell'attesa che arrivi quell'estate che mi faccia compagnia.





Verde.

giovedì 26 marzo 2009

Caos e utopia

Hai deciso di partire con la notte. Perchè sai che così facendo le notti che seguiranno saranno sempre riempite dal pensiero di noi due. Non volevi svegliarmi. In realtà non ho dormito tutto il tempo. Avevo te vicino a me. Per l'ultima volta. Come avrei potuto dormire? E so che anche tu non hai dormito. Lo percepivo dal tuo respiro più silenzioso e meno intenso, quasi lasciassi spazio all'aria che ci sovrastava.Stai per avvicinarti alla porta e in silenzio ti raggiungo. Mi guardi e mi baci, con quelle labbra a cui non mi sono mai abituata. Perchè ogni volta era un sussulto per il mio stomaco. Come una bambina e il primo bacio. Non chiudi gli occhi, tantomeno io. Restiamo fissi uno nello sguardo dell'altro. Baciandoci. Ti mordo il labbro inferiore quasi a volerti punire perchè stai partendo. Ti stacchi dalla mia bocca e rompi il silenzio dicendomi ''Ci rivediamo.'' Ed è qui che sento un fiume straripare dai miei occhi. Ma lo trattengo. Perchè lo sapevo. A cosa servirebbe piangere? E' stato bello. Ma sapevo che prima o poi saresti andato via. Non riesco a risponderti. Annuisco con la testa. Con una marea di cose da voler dire. O magari volevo solo invitarti a non partire. Perchè non era giusto. Perchè sei stata una delle cose migliori che abbia avuto. Perchè quel pianoforte senza di te sarà solo un oggetto insignificante posto nella stanza solo per arredarla.
Ed eccoti lì. Fuori la porta. Non aspetto che la tua sagoma scompaia nel nulla, così come è venuta. Chiudo e resto senza respiro per lunghi attimi. Divento una statua fatta di sentimenti e lacrime. Ma si, ora posso piangere. Mi lascio far compagnia da un doloroso ricordo. Chissà a cosa stai pensando. Ritorno nella stanza e lo stomaco si stringe e mi prende a pugni. Da sola posso piangere. Da sola. Ora. E per il momento non so trovare un limite.
Eccolo li. Il pianoforte ancora rosso del tuo sangue. Che non toglierò mai. Perchè ogni volta mi ricorderà di esser stata fautrice di un pezzo della tua vita. Non per sempre. Ma lo hai fatto. E per quanto possa far male, mi fa vivere. E' che ora non so cosa farò. Non so per cosa saranno le mie giornate. Ora è arrivato il momento delle domande inutili a cui non risponderò mai. La mia testa s'inonda di pensieri che non condividerò con nessuno. E allora mi butto su quel divano bianco che assorbiva le tue note e me le faceva entrare dentro. E l'unico desiderio è rimanere qui, facendo finta di aspettare te che non arriverai mai. Mai più. Non farmi false promesse. So come andranno le nostre vite. So che il loro incontro è stato solo un passaggio per alleviare i dolori lasciati da qualcunaltro. Ma perchè faccia così male, nonostante tutto, io non lo so.

venerdì 20 marzo 2009

Suona

Suona. Suona più forte. Estasiami con le tue note che arruginiscono il cuore come ferro sotto l'acqua. Non voglio più fumare, nè bere. Voglio solo morire tra le tue note.
Pensi che non sappia perchè tu lo stia facendo? Pensi di far finta di nulla? So che stai andando via. Che fra qualche ora rimarrò in questa camera da sola, seminuda su questo divano che canterà ciò che tu non suonerai più.
In fondo l'abbiamo sempre saputo. E allora non mi lamento. Lascio solo sanguinare un pò di mascare sul mio viso. Ma dopo. Ora tu sei qui e io mi sento viva come non mi è mai capitato.
Suona. Suona e non fermarti. Suona con la stessa passione con cui mi ami su questo divano. Suona delicatamente come se le tue dita fossero sulla mia bianca schiena. Suoni e sanguini. Intravedo piccole gocce che cadono come pioggia su questo pavimento di legno che sa dei nostri peccati. Stai sanguinando. Lo fai solo per me. Continui come se niente fosse. Ho voglia di quel tuo colore su di me. Voglio amalgamarmi in un turbine temporale con te. Mi avvicino. La tastiera rossa e bianca. Rovinata dal tempo e dal sangue. Il tuo sangue. Ho deciso che non toglierò più nulla che ti riguarda in questa stanza. Tantomeno il pianoforte macchiato delle tue note che escono direttamente dalle tue mani. Mani che travolgo con le mie, le quali mi lascio macchiare. Per sentirmi ancora più parte di te. Per rendermi conto che sei vivo, e se lo sei in questo momento è grazie a me. Scivolo sulle tue braccia macchiando anche quelle. E in un attimo me le ritrovo intorno al mio corpo che con te sento esile e insignificante. La musica resta viva nell'arta nonostante tu non stia più suonando. Vorrei parlarti, vorrei dirti tutte le cose che penso. Perchè magari questa è l'ultima volta che ci vediamo. Ma i nostri respiri sono troppo perfetti questa sera. Sarei blasfema se li rovinassi. So che comunque sro dicendo tutto, anche senza parlare. E tu mi capisci come nessuno ha mai fatto. Ci stiamo mischiando con tutto quel rosso che non può che piacerci.
Su un pavimento di legno e sangue.

giovedì 19 marzo 2009

Il Pianoforte Rosso E Il Divano Bianco.

Quelle mani lisce sul pianoforte freddo. Scivolano come pattini sul ghiaccio. Note che sanno di jazz e passione occupano quella stanza già riempita da loro due. Un corpo seminudo, quello di lei, immobile su un divano nel centro della stanza. Si gode fino in fondo quelle note che presuntuosamente sa di possedere. Ogni tanto si accende una sigaretta. Tanto per ricordarsi che non è tutto perfetto come crede. Ore e ore e le note vagano ancora nell'aria. Lunghe ciocche castane e viola che cadono morbide su un petto piccolo e sodo. E poi quelle mani, le mani di lui, che suonano una melodia di cui nessuno dei sue si stancherà mai. Perchè sa delle loro vite. Dei loro segreti. Dello smalto rosso e i vestiti inconsapevolmente art-dèco. Delle sigarette fini e gli occhiali vintage. Per dare un'aria raffinata a tutto. E poi come un fotomontaggio quei tasti lisci e bianchi si macchiano. Rosso. Tutto ciò che riguardava loro. Il rosso che ricorda l'incombenza del sangue. La dipendenza dal sangue. Eppure le note continuano a passeggiare nell'aria. Non c'è doloro. Solo piacere. E quando anche lei si rende conto del piccolo fiume che ormai cade e sporca il pavimento, si alza con fare da donna, quasi come se volesse prendersi in giro, e va verso di lui e le sue note. Poggia le sue mani sulle sue, ancorate a quella tastiera rosso e bianca, e le avvolge. Le sente calde, vive, piene di passione e magari, anche un pò d'amore. Le stringe sempre più forte e con la stessa intensità sale lungo le braccia senza parlare. Ma i loro respiri hanno più parole di qualunque altra bocca. E lui smette di suonare. Ma le note continuano a vagare in quell'aria luminosa e pulita. E in un attimo, breve ma intenso, si trovano su un pavimento di legno e sangue. Amandosi. Toccandosi. Travolgendosi. Ansimando. Macchiandosi, di rosso e sorrisi. E magari quel sangue dona loro una sottile linea di abbandono in puù che li fa amare come on succede spesso.