venerdì 22 gennaio 2010

Muti Inganni

Per caso c'era sul mio banco un quaderno. Blu elettrico. Lo apro e leggo mille volte il nome di lei. L'altra sera mentre ero insieme a lui, la padrona di quel nome lo chiama. Lui mi ha detto che non vuole risponderle altrimenti non se la dimenticherà mai. Non ci ho dato peso, ma quel nome forse è davvero così importante. Non dò mai peso ai sentimenti degli altri quando sono con me. In sei lettere vedevo la malinconia. La penna blu gridava mi manchi. Il vuoto delle parole respirava a fatica.
C'eri tu a Milano, ricordi? Ricordi quando mi parlavi della tua lei e dicevi che quando lo facevi, non esisteva nessun altro? Nemmeno io.
Arrivo sempre in ritardo. Mi guardano, mi sorridono, mi dicono che sono piccola. E mi baciano. Io allora continuo a sciogliere il fumo in silenzio, o ad annusare la mia mano che sa di sigaretta e fragola.
'I tuoi occhiali sono davvero belli.' 'Si lo so.'
La gente si comporta tutta allo stesso modo, sempre. O forse sono io che sono uguale nella mia diversità per gli altri.
Se avessi potuto avrei preso il primo treno per venire da te. Con la scusa di vedere le vetrine del centro illuminate a festa per il nostro stare insieme. Con la scusa di vedere il cielo pieno di smog. Con la scusa di incontrare gente nuova, quando della gente non mi importava nulla.
Sono qui e fra qualche giorno faccio diciotto anni. Andrò a Londra. Prenderò un cazzo di diploma e poi me ne andrò. Ma non prenderò mai quel treno. Lo smog mi soffoca. O forse è solo lo stare vicino a te e quei mesi.


Le mie unghie stanno crescendo. I miei polmoni girano su loro stessi. I neuroni chiedono pietà.
La mia lussuria si gonfia. Oggi ho voglia di mangiarmi le mani, ma prima metto lo smalto rosso.

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