Dal basso dei tuoi trentanove anni dici che t'hanno detto che non sei sola. Che quando sei in casa la percepisci anche tu la non-solitudine. Mi piacciono le tue lacrime, mi piace il bene che vuoi a tua sorella. Mi piace abbracciarti come fossi un'amica e sentire il tuo profumo simile a quello di mia madre. No, non sei un'amica, e te lo dico che di amiche io non ne ho bisogno. Me ne basta una ormai, ma non ho bisogno di vere amiche. Ho piuttosto bisogno di persone. Tu sei una di quelle. Ora che ci penso sei l'unica. Ma mi piace vederti piangere sentimenti ingabbiati come poeti che hanno voglia di scrivere ma non hanno una penna. E lo ammetto, ho paura quando mi racconti di chi è scomparso troppo presto ma resta comunque con noi, però mi piace allo stesso tempo. Capisco qualunque cosa tu voglia e mi dica, davvero. Non voglio appoggiarti, e nemmeno il contrario. Vorrei fossi felice e so che non lo sei se non poche volte. Se non quando i tuoi figli giocano con i dinosauri di gomma e ridono chiedendoci di far loro sempre più solletico. I figli dai capelli biondi e gli occhi azzurri come mia sorella. Chissà da dove sono usciti, ci chiediamo. Se lo chiedono tutti. Bambini svedesi deportati nella provincia di Caserta.
Tuo padre nei sogni ti dice che non sei sola, che ti aiuta, che ci vuole pazienza e ti accarezza la pancia. Te lo dice anche qualcunaltro con il nome bello. Allora penso che anche io non sono sola, che quando ne avrò bisogno c'è chi aiuterà anche me. Al di fuori di ogni dio ed ogni cielo. Tu non parli di questo.
Io nel frattempo continuo a deturparmi le tempie che mi bruciano. Sono una piromane di me stessa, e del tempo che mi danno.
lunedì 27 dicembre 2010
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