Sono le cinque e ventuno di mattina e dovrei dormire ma invece no, mi sono appena svegliata ma è come se non avessi dormito perchè non ero stanca, ma solo troppo fatta. Ho deciso che se non mi metto a scrivere ora quando lo faccio? No mai più in effetti. Mi piace usare la penna, fa meno rumore della tastiera e l'odore d'inchiostro mi consola. Sono rimasta fino alle cinque e diciotto, o forse e diciassette non lo so tento di dimenticarlo quel numero allora occhei erano le cinque e diciotto sul divano verde comprato nei giorni di pericolo, non ricordo se vicino a me c'era qualcuno. Non ricordo molto, in effetti. Ma ero stupita dal fatto che non avessi freddo. No, non ce l'avevo. Avevo le converse rovinate dal tempo e dall'affetto che provo per loro, perchè mi piace volere bene ai miei vestiti, riflettendoci loro vivono le stesse cose che magari a volte vorrei durassero in eterno. E' come se fossimo in due (o in tre o in quattro e così via) a segregare un ricordo, ho la sicurezza che alcuni avvenimenti non li dimenticherò mai. Come il cardigan giallo che mettevo quando uscivo con lei, perchè in quei giorni ero colorata, ed anche il mio cuore lo Era. Perchè amavo la ragazza più bella del mondo che era solo mia e aveva il collo bianco latte e a me il latte è sempre piaciuto, non come a lei. Fortunatamente la mia pelle non era bianco latte così le potevo piacere di più. Insomma, quelle converse rovinate non mi facevano sentire freddo. Ci sarei rimasta tutta la notte su quel divano ma la tivù mi dava fastidio e io volevo solo un'altra canna. L'uomo che era con me, che non è più un uomo qualunque -l'ho capito quando ad agosto faceva caldo sugli scogli ma io piangevo e mi coprivo e non sudavo avevo sempre più freddo- mi ha risposto di no, forse per mantenere quel poco di senso di responsabilità che uno dovrebbe avere dopo i venticinque anni. Ora che sono a letto e scrivo spero non faccia una scossa, ma mi sento abbastanza lucida dopo quindici ore che non posso dormire. Penso a cosa mettermi domani sera alla presentazione del libro di Matteo. Ma che m'importa. Ma che m'importa? Dico, in generale, che vita faccio? A me piace. Piace da piangere quando sono lucida. Infatti un pò mi va adesso. E' che non sono pronta per sognare, non ne ho voglia. Sogno i miei fantasmi ancora vivi e vegeti e li odio perchè sono tutto quello che non volevo mi accadesse. E gli incubi che non faccio la notte, accadono il giorno. Eppure nessuno se ne accorge, nemmeno coloro che recitano di ascoltarmi. C'è B. che va ad alcuni incontri di ascolto, o roba del genere, dice che ha disturbi d'ansia, il medico è convinto che debba drogarsi di meno.
Ma dimmi di che ti fai tu? Non mi risponde ma mi indica un tizio obeso con la voce in falsetto e mi dice che
quello si è fatto anche il cervello. Cosa vuole dirmi, che dovrei cambiare vita così la smetterò con i miei incubi? B. non mi dice nulla, parla, blatera, ma in fondo non mi dice nulla. Però mi dà un bellissimo bacio sulla guancia destra, e io decido che sorridergli per ora va bene. Prendiamo la macchina e c'è il sole caldo di maggio, ma tanto fra cinque minuti moriremo tutti dal freddo un'altra volta, non ci importa, vogliamo solo il tè alla menta. E ora sono le cinque e quarantasette e si è aperta la valvola dei ricordi, quelli belli alla Flaubert, dove ti ricordi ogni particolare, allora mi butto sotto le coperte con le mie orecchie coperte dai Non Voglio Che Clara e ricordo. Ricordo tutto, senza tempo nè spazio, senza ordine, senza gerarchie sentimentali. Tutti uguali stavolta, i miei ricordi.
Tutte uguali, le persone.