lunedì 2 settembre 2013

VeneRare

Virginia ogni notte sognava di prender fuoco nel suo letto che se potesse parlare...ma forse è meglio di no.
Virginia rideva ma si prendeva gioco di me.
Virginia si prendeva anche gioco di G.
Era bella, dio quanto era bella. E in fondo, sapevamo tutti che lei ne fosse consapevole.
Ma era buona, forse fin troppo. E so che amava me quanto G. Ci amava così tanto che decise di lasciarci soli una sera d'autunno mentre lei progettava di bombardare la sua università di merda con molotov create con lo sputo dei suoi diciassette esami del cazzo ad alta infiammabilità e una miccia fatta con la tesi che non discuterà mai.
Non mi ha mai parlato di morte, solo una volta. Quando mi proclamò la sua ansia nei confronti dei miei istinti omicidi. Istinti che in realtà non ho mai avuto.
Virginia viaggiava ogni mese per far finta di scappare e star bene una settimana. Almeno una settimana, mi diceva sempre.
Quando ci ritrovammo ognuno nelle vite dell'altro mi faceva richieste strane sorridendomi. Aveva sempre paura potessi guardarla come una pazza, e io invece accoglievo tutte le sue proposte con precisa distrazione. Come se chiedermi andiamo a bere un caffè in un bar questo pomeriggio e camminiamo a piedi scalzi tra le macerie di una città che era la nostra avevano lo stesso peso, la stessa modalità di viversela, quell'esperienza. E in realtà lo era, qualsiasi cosa con lei era straordinaria, semplicemente perchè lei.. lei era Virginia, era accanto a me e io l'ho invocata anche senza sapere il suo nome. Ogni volta che ci incontravamo aggiungevo al mio conto una vena in più. Mi piaceva contarle le vene, e lei lo sapeva benissimo anche se pareva soffrire quando gliele accarezzavo. A volte penso la mia nascita sia stata voluta da qualche ente superiore che in fondo mi ha sempre voluto bene. Un dono di nome Virginia. Io non penso di essere su questo mondo senza una ragione precisa. E una ragione ce l'ho. O perlomeno l'ho avuta. Lei. Potevo avere altre donne, altri uomini, altri occhi che mi avrebbero regalato riverenze maggiori da quelle ricevute da Virginia. Ma che noia, in fondo.
Una volta conobbi una ragazza che senza mezzi termini qualche mese dopo la nostra conoscenza un giorno si presentò davanti la porta della mia testa con una valigia stracolma delle sue cose, diceva voleva trasferirsi da me. Che sciocca, pensai. Sto ancora pagando il mutuo dell'appartamento comprato per Virginia. La mandai via, dalla mia vita quotidiana, visto che nella mia testa non solo si era autovintata così prepotentemente ma non vi era mai passata di li, nemmeno per poco. Mai stata volontà mia quella di invitare gente nell'appartamento di Virginia. Come se potessi mancarle di rispetto.
Ed ogni volta accadeva un mio rifiuto, automaticamente sorridevo perchè lei era li, sempre lì.
L'ultima volta che ci incontrammo era in un parco gelido e deserto ma io avevo l'estate nelle vene. La pioggia decise di aspettare a cadere.
Perchè la bellezza dei tuoi capelli non merita di essere bagnata, mi dicesti. Ne sei consapevole anche tu, e visto che dietro di me fa sempre brutto tempo ti assicuri di essermi vicino. 
Ci tengo ai miei capelli, ti dissi.
Ci tengo ai miei temporali, zigomi come nuvole si gonfiano sotto i tuoi occhi mostrando una certa apertura labiale che vagamente ricordava un sorriso. Non ho mai capito se volevi scoppiare a piangere con la scusa di illudermi con uno pseudo sorriso.
Ma le mie mani sono ombrelli, inutile richiesta, la mia, di farti abbracciare e proteggere.
Quando poi ti allontani i miei temporali continueranno a tormentarmi le spalle.
E' così che subito dopo la persi un'altra volta per l'ultima volta. Se ne andò congedandomi con un 'sei bella', senza promettermi nessuna prossima volta. Nè un 'a dopo', tantomeno un 'a presto'.
Sei bella.
Sei bella anche tu Virginia, maledettamente.
Io ricordo quando i suoi temporali erano estati indiane ed io non ne capivo il senso. Mi ha sempre detto che quelle estati erano per me. Le ho trasformate io in brutto tempo. Piogge ben lontane da quelle che si verificano ai tropici ogni giorno. Non è più tornato il bel tempo. La sua testa era diventata come l'arca di Noè dove pensava di mettere in salvo tutti i suoi organi. Sbagliando, li mise molto più in pericolo di quello che pensavo all'epoca già fossero. Virginia mi avrebbe regalato l'estate indiana non sono in autunno, ma anche d' inverno, quando nella nostra città ci sono numerosi gradi sotto zero e la mia bocca è incapace di parlare tanto è anestetizzata dal freddo. Virginia non è mai riuscita a perdonarmelo sebbene so che andandosene si è portata via anche un pò di me.
Una mattina di Ottobre, per rimanere in tema con le sue vene, Virginia dà adito ai suoi sogni e lancia la molotov nella sua stanza. Era troppo stanca anche per lanciarla nella sua università. L'umidità delle sue piogge le resero le ossa e i muscoli fragili e porosi creandole una lacerazione all'interno dei meccanismi che regolano i sorrisi. Nonostante i temporali l'acqua fu incapace di domare il fuoco. E lei rimase li, tra un toujours e un jamais , pronta a farmi ricominciare da capo come lei non era mai stata abile a fare.



In fondo, sapeva che prima della cenere c'è il fuoco.





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