giovedì 17 ottobre 2013

Altro Aspetto

Dici che le paranoie creano distanza.
E la distanza creata dalle mie ossessioni quanto è lunga?
Le rare notti passate insieme nel tuo letto sono interrotte da profonde tachicardie perchè mi sento sola senza una precisa ragione.
Sai, sto cercando davvero di capire se sia davvero sola. E non parlo dei pochi amici fidati, della famiglia o di chiunque altro sarà pronto ad aiutarmi nel momento del bisogno. Io parlo di me stessa, non capisco se sono capace di aiutare me.
Come se fosse un regalo più che una tua volontà, mi accarezzi la pancia e inconsapevolmente premi all'altezza dell'ombelico. Sento uno strano male incombere, e quando ho dolori fisici sono contenta perchè ho qualcosa su cui spostare l'attenzione piuttosto che dare adito ai miei tristi pensieri. Tristi pensieri che non so controllare ma che una massa informe di chissà cosa nella mia pancia è più brava di me a gestire.
Sai, io penso di voler essere sola. Perchè in fondo voglio meritarmi solo cose terribili. Voglio punirmi, e per farlo, decido di rimanere incazzata con il mondo per tutto il resto dei miei giorni.
Ma cosa pensavi, che fossi l'angelo quattrocentesco con cui parlare di arte e letteratura mentre le vite vanno a rotoli e faccio finta di non accorgermene?
L'altro giorno mi hai lasciata nuda senza lacrime e ad occhi chiusi. Mi hai tassativamente vietato di mostrarti le mie orbite. Dicevi che il colore del buio dietro le mie palpebre ti tranquillizzava. Io ti ho risposto che era perchè così non mi vedevi. Ma non volerti così male, mi hai detto. Abbiamo fatto un gioco, mi hai fatto pensare a tremila cose tutte in disordine e senza un'apparente ragione di fondo. Ai miei amori, alle mie scopate, alle droghe che ho provato e quelle che proveremo, a tutte le volte che continuerò a non avere il coraggio di avere il coraggio, a quanto mi piace scappare in tutte le città europee e a tutte le volte che poi sento il bisogno di tornare, ai tuoi amori, quelli senza di me, alle tue scopate, alle nostre, ai miei genitori che continuano ad assecondare i miei bisogni di scappare, a quanto mi piacevo qualche anno fa. Mi hai pregato di non urlare perchè quando lo faccio ti ricordo un quadro di Magritte che non ti piace, ma a lui non l'hai mai detto perchè temevi non volesse più parlare con te. E non temi che non voglia più parlare con te nemmeno io?, sciocche, le mie domande. Ma tu non sei Magritte, cara. Taglienti, le tue risposte. Tremavo, ero piena di rabbia e tristezza, non so cosa avrebbe fatto sentirmi meglio, se le mie tristi droghe sintetiche, scappare via o scopare con te. Poi ho pensato all'inflazione di esse presente in ciò che scrivo e ho provato solo tanta tenerezza per me stessa, con un accenno di sorriso che non ti ho voluto mostrare. Mi hai ordinato di smettere di pensare. Aprire immediatamente gli occhi e poi... poi ho visto solo colori. Desideravo affogarci dentro, respirare tutto il verde e mangiare il rosso. Ho riso tutte le cose che avevo pensato fino al momento prima. L'ho fatto così forte che ancora mi fanno male i muscoli facciali. Ridevo di me. E non ero mai stata capace di farlo fino ad allora. Non ho pianto quel giorno. E non ero un angelo quattrocentesco, ma carne messa a macerare. Intinta nei tuoi colori mi ero ripulita di tutto il sangue in eccesso.
Scorre lento e sottile il mio volermi bene.
Adoro il tuo desiderio di incorniciare qualsiasi cosa sia delle più normali.
Ed io non voglio partire e ho la possibilità di scegliere anche se sento di non avere scelta.
Non riesco più a partire dopo essermi fatta un bagno nei tuoi colori.
E continuo a sentirmi sola, continuo, in fondo, a sperare di esserlo. Poichè, in fondo, continuo a pensare di meritarmelo.
Ma non sarebbe tutto più semplice se andassi da un dottore che confermerebbe l'assenza di mali incombenti nella mia pancia e ridergli in faccia di sollievo e non di delusione?

domenica 22 settembre 2013

( ) ?

Oh, portami (?) via di qua (?) sto male

mercoledì 18 settembre 2013

HAI PRESENTE LA STRACCIATELLA?

solo un taglio con la carta fra le dita e il sangue che cade sulle lettere e le lettere che affogano nel tè bianco


martedì 17 settembre 2013

Constaterai sulla tua pelle che di speciale c'è solo una cosa. 
E non è l'amore, nè la morte.
Ma le tue mani che sfiorandomi congelano i miei profili.

lunedì 16 settembre 2013

A giorni alterni mi troverai fuori l'ingresso della tua scuola e ci ameremo come solo chi non può stare insieme sa fare.
Un cucchiaino di sguardi nel caffè per evitare lunghi discorsi.
Un amore lungo un giorno, cantava qualcuno.
Un amore lungo un giorno, viveva qualcun altro.
La mia vita come un mattone in caduta libera dal terzo piano dei tuoi pensieri.
Le mie mani schiacciate dalla bellezza del tuo sorriso mentre mi aspetta sette metri più avanti.
Muscoli robotici lubrificati con cura per mostrarti che sono fatta di carne anche io.
Vorrei avere la capacità di scrivere una storia e condividerla con te.
Te che mi chiedi di accompagnarti mentre suoni per le vie di un paese del sud Italia.
Il sud nelle tue vene. Il caldo nei tuoi occhi. Il sole nei tuoi baffi.

giovedì 5 settembre 2013

(Triste)Mente in festa

lentamente
cado
nell'oblio dei miei smalti scuri
dei miei rossetti rosso sangue
scendo senza il peso dei libri
solo bellezza
la mia
solo bellezza
scendo senza il peso dei libri
dei miei rossetti rosso sangue
nell'oblio dei miei smalti scuri
cado
lentamente



quando faccio finta di dormire ho lunghe fantasie
siamo io, Magritte e Breton
prendiamo in giro Dalì
sebbene con un certo rispetto
accendiamo sigarette che si fumano da sole
ascoltano i miei punti di vista
non temo di dire cose strane
loro sperano io dica cose strane
è così che va la (loro) realtà
è tutto surreale
e va bene così



in una dimensione poco onirica
poco realistica
molto distopica
dondolo su amache tenute su con vene adibite a corde
non si spezzano
mai
che peccato! penso
mangio pezzi di carne umana
scelti con c(pa)ura
(ma) sono buoni
voglio smettere
non ce la faccio
ne voglio sempre di più
e li accompagno con vini fermentati negli stomaci delle mie vittime
in una dimensione poco onirica
poco realistica
molto distopica
un attimo!
è una dimensione poco onirica
molto realistica
poco distopica
ed io
lentamente
cado
ma nessuno sembra divertirsi





lunedì 2 settembre 2013

VeneRare

Virginia ogni notte sognava di prender fuoco nel suo letto che se potesse parlare...ma forse è meglio di no.
Virginia rideva ma si prendeva gioco di me.
Virginia si prendeva anche gioco di G.
Era bella, dio quanto era bella. E in fondo, sapevamo tutti che lei ne fosse consapevole.
Ma era buona, forse fin troppo. E so che amava me quanto G. Ci amava così tanto che decise di lasciarci soli una sera d'autunno mentre lei progettava di bombardare la sua università di merda con molotov create con lo sputo dei suoi diciassette esami del cazzo ad alta infiammabilità e una miccia fatta con la tesi che non discuterà mai.
Non mi ha mai parlato di morte, solo una volta. Quando mi proclamò la sua ansia nei confronti dei miei istinti omicidi. Istinti che in realtà non ho mai avuto.
Virginia viaggiava ogni mese per far finta di scappare e star bene una settimana. Almeno una settimana, mi diceva sempre.
Quando ci ritrovammo ognuno nelle vite dell'altro mi faceva richieste strane sorridendomi. Aveva sempre paura potessi guardarla come una pazza, e io invece accoglievo tutte le sue proposte con precisa distrazione. Come se chiedermi andiamo a bere un caffè in un bar questo pomeriggio e camminiamo a piedi scalzi tra le macerie di una città che era la nostra avevano lo stesso peso, la stessa modalità di viversela, quell'esperienza. E in realtà lo era, qualsiasi cosa con lei era straordinaria, semplicemente perchè lei.. lei era Virginia, era accanto a me e io l'ho invocata anche senza sapere il suo nome. Ogni volta che ci incontravamo aggiungevo al mio conto una vena in più. Mi piaceva contarle le vene, e lei lo sapeva benissimo anche se pareva soffrire quando gliele accarezzavo. A volte penso la mia nascita sia stata voluta da qualche ente superiore che in fondo mi ha sempre voluto bene. Un dono di nome Virginia. Io non penso di essere su questo mondo senza una ragione precisa. E una ragione ce l'ho. O perlomeno l'ho avuta. Lei. Potevo avere altre donne, altri uomini, altri occhi che mi avrebbero regalato riverenze maggiori da quelle ricevute da Virginia. Ma che noia, in fondo.
Una volta conobbi una ragazza che senza mezzi termini qualche mese dopo la nostra conoscenza un giorno si presentò davanti la porta della mia testa con una valigia stracolma delle sue cose, diceva voleva trasferirsi da me. Che sciocca, pensai. Sto ancora pagando il mutuo dell'appartamento comprato per Virginia. La mandai via, dalla mia vita quotidiana, visto che nella mia testa non solo si era autovintata così prepotentemente ma non vi era mai passata di li, nemmeno per poco. Mai stata volontà mia quella di invitare gente nell'appartamento di Virginia. Come se potessi mancarle di rispetto.
Ed ogni volta accadeva un mio rifiuto, automaticamente sorridevo perchè lei era li, sempre lì.
L'ultima volta che ci incontrammo era in un parco gelido e deserto ma io avevo l'estate nelle vene. La pioggia decise di aspettare a cadere.
Perchè la bellezza dei tuoi capelli non merita di essere bagnata, mi dicesti. Ne sei consapevole anche tu, e visto che dietro di me fa sempre brutto tempo ti assicuri di essermi vicino. 
Ci tengo ai miei capelli, ti dissi.
Ci tengo ai miei temporali, zigomi come nuvole si gonfiano sotto i tuoi occhi mostrando una certa apertura labiale che vagamente ricordava un sorriso. Non ho mai capito se volevi scoppiare a piangere con la scusa di illudermi con uno pseudo sorriso.
Ma le mie mani sono ombrelli, inutile richiesta, la mia, di farti abbracciare e proteggere.
Quando poi ti allontani i miei temporali continueranno a tormentarmi le spalle.
E' così che subito dopo la persi un'altra volta per l'ultima volta. Se ne andò congedandomi con un 'sei bella', senza promettermi nessuna prossima volta. Nè un 'a dopo', tantomeno un 'a presto'.
Sei bella.
Sei bella anche tu Virginia, maledettamente.
Io ricordo quando i suoi temporali erano estati indiane ed io non ne capivo il senso. Mi ha sempre detto che quelle estati erano per me. Le ho trasformate io in brutto tempo. Piogge ben lontane da quelle che si verificano ai tropici ogni giorno. Non è più tornato il bel tempo. La sua testa era diventata come l'arca di Noè dove pensava di mettere in salvo tutti i suoi organi. Sbagliando, li mise molto più in pericolo di quello che pensavo all'epoca già fossero. Virginia mi avrebbe regalato l'estate indiana non sono in autunno, ma anche d' inverno, quando nella nostra città ci sono numerosi gradi sotto zero e la mia bocca è incapace di parlare tanto è anestetizzata dal freddo. Virginia non è mai riuscita a perdonarmelo sebbene so che andandosene si è portata via anche un pò di me.
Una mattina di Ottobre, per rimanere in tema con le sue vene, Virginia dà adito ai suoi sogni e lancia la molotov nella sua stanza. Era troppo stanca anche per lanciarla nella sua università. L'umidità delle sue piogge le resero le ossa e i muscoli fragili e porosi creandole una lacerazione all'interno dei meccanismi che regolano i sorrisi. Nonostante i temporali l'acqua fu incapace di domare il fuoco. E lei rimase li, tra un toujours e un jamais , pronta a farmi ricominciare da capo come lei non era mai stata abile a fare.



In fondo, sapeva che prima della cenere c'è il fuoco.